Seguo appassionatamente sul Centro il vivace dibattito sul cambiamento climatico nato a seguito del mio amaro articolo sulla ennesima vendemmia di m. ma confesso che non trovo, tra tutte le soluzioni che ho visto proporre, alcun tipo di sollievo emotivo.
Il mio pensiero partiva da una domanda: fino a quando è possibile, per un viticoltore o un agricoltore, continuare a perseguire ad aeternum soluzioni individualistiche di sopravvivenza e adattamento a un cambiamento climatico evidentemente in corso da anni e che non ha più nulla di straordinario?
Rubavo il concetto di “cultura terapeutica” a Giulia Bergamaschi, autrice de La terapia non ci salverà, per spiegare come, dopo anni di manipolazione mentale da parte del mantra collettivo del mainstream — “Volere è potere” — io sia arrivata a un punto in cui mi appare evidente che ogni soluzione individuale si fermi di fronte alla dimensione di un problema che ha ormai assunto un carattere strutturale.
Ma se il problema è strutturale e politico, occorre una risposta strutturale e politica.
In una settimana ho scoperto molte cose: possiamo mettere la zeolite sulle vigne, aumentare la sostanza organica nei suoli attraverso pratiche di sostenibilità ambientale, fare invasi sui nostri terreni e/o trasferirci tutti in montagna.Tutte queste risposte sono validissime strategie individuali di adattamento e sopravvivenza, ma nessuna risponde alla domanda da cui ero partita: come si salva un intero settore dal cambiamento climatico?
Sono la prima a praticare, da quindici anni, una viticoltura sostenibile e certificata. Ed è vero che adottare buone pratiche agricole — seminare leguminose in inverno, ridurre le lavorazioni del terreno, aumentare la sostanza organica — aiuta a conservare l’umidità nei suoli.
Eppure la siccità, bisogna riconoscerlo, ha un approccio sorprendentemente laico: colpisce biologici, biodinamici, sostenibili e convenzionali.
Una cosa è trattenere nel terreno l’acqua che c’è — e in questo i terreni argillosi e di collina sono tornati dannatamente di moda, e se poi pratichi un’agricoltura sostenibile ancora meglio — un’altra è avere l’acqua a disposizione quando non c’è. Poi continuo a leggere che sarebbe il caso di spostarsi in montagna.
Ora, magari tra dieci anni ci troveremo davvero a parlare dai miei vigneti in quota. La sperimentazione di nuovi areali è interessante, ma non parliamo di “ritorno al passato”. Quale passato? Quello della viticoltura dei monaci all’interno degli orti dei conventi?

In Abruzzo esistono terreni ad altitudini superiori vocatissimi alla viticoltura, ma si tratta di aree specifiche: non tutti i terreni di montagna hanno caratteristiche idonee alla coltivazione della vite.
E poi, se una singola azienda agricola può decidere di spostarsi in quota, a voler essere intellettualmente onesti, crediamo davvero che questa possa essere la risposta a un problema strutturale di un settore viticolo che, nel corso degli ultimi due secoli, si è costruito — non ha traslocato — sulle colline tra il mare e la montagna?
Leggo quindi con un sorriso amaro l’invito a trasferirci tutti a quota 800.
La viticoltura abruzzese sviluppatasi sulle colline non è fatta soltanto di filari e pergole. È un sistema di infrastrutture, cantine, paesaggi, territori, comunità e persone.
Vogliamo davvero un sistema in cui sopravvive chi può costruirsi l’invaso aziendale o chi può permettersi di comprare altri dieci ettari a 800 metri?
Perché questo non è adattamento collettivo. È selezione economica.
Tutto questo avviene mentre il settore affronta un’altra difficoltà strutturale: l’eccedenza produttiva che non riguarda soltanto l’Abruzzo e neppure soltanto l’Italia, ma buona parte della viticoltura europea.
Proprio per questo fatico a credere che la risposta possa essere una sorta di selezione naturale, un “mors tua vita mea” agricolo in cui sopravvive chi ha più terra, più capitale, più acqua o la possibilità di trasferirsi altrove.
Mi sembra invece che il vero tema sia l’acqua come risorsa collettiva.
Si parla di invasi, ma alla fine si torna sempre allo stesso punto: senza una cabina di regia regionale e nazionale, poco può essere fatto dal singolo agricoltore.
Non tutti gli agricoltori, infatti, dispongono di terra sufficiente per crearsi un lago. E neppure delle risorse economiche necessarie per farlo.
E in agricoltura la sopravvivenza passa inevitabilmente dalla gestione dell’acqua.
Dico gestione perché Il paradosso dell’Abruzzo è proprio questo: disponiamo di importantissime risorse idriche e continuiamo, al tempo stesso, a disperderle lungo infrastrutture che, e’ proprio il caso di dirlo, fanno acqua da tutte le parti.
E’ esattamente il caso in cui il singolo non può fare nulla da solo e dove invece le istituzioni dovrebbero metterci testa e progettualità, prima che tutta l’acqua disponibile venga assorbita dai data center.
Bisogna che chi ci governa cominci a interrogarsi seriamente su chi coltiverà queste vigne in futuro.
Perché la risposta a questa domanda determinerà l’immagine che l’Italia avrà’ nei prossimi vent’anni.
Queste colline, così come le vediamo oggi, a queste condizioni sono destinate a cambiare profondamente, se non a scomparire come paesaggio agricolo.
E quando scompare un’azienda agricola non si perde soltanto un pezzo di territorio coltivato.
Si perde economia rurale, biodiversità. Si perde comunità. E non solo vino.





