Sono sotto l’ombrellone, al cospetto di mia madre che giustamente sbuffa di imbarazzo di fronte alla mia trivialità social, in cui mi esprimo così turpemente sulla vendemmia in corso.
Dopo poco ricevo un lungo messaggio di Donatella, responsabile dei miei canali social, sobbalzata dal lettino durante le sue meritate ferie, che prova a spiegarmi che forse sarebbe meglio evitare di esprimersi in quel modo così “sincero”, sennò le persone, per proprietà transitiva, non potranno che pensare che da una vendemmia di m. usciranno dei vini di m.
Fernando mi dice che devo parlare di Vendemmia Desmoralizante. La parola M., infatti, mi fa perdere tutta la mia eleganza.
E così, mentre inizio io stessa a sentirmi una piccola m. e inizia il rischio di un avvitamento paranoico-depressivo nella giornata di Ferragosto, decido di provare a spiegarmi meglio.
Non credo esista la vendemmia perfetta, anche se, a leggere i giornali, lo sono quasi tutte negli ultimi anni.
Eccezion fatta per la 2023, in cui la deflagrazione era di tal portata da non poter essere edulcorata neppure con la frottola di una compensativa, presunta estrema qualità delle uve rimaste miracolosamente appese, tutte le altre sembrano le vendemmie del secolo.
Anche quelle in cui il cambiamento climatico ha maggiormente mostrato di cosa è capace sono state descritte in termini positivi dalla stampa. Così la 2018, vendemmia tropicale e iperabbondante, è diventata sui giornali “l’Italia che supera la Francia in produzione di uva”, e la 2024, vendemmia torrida e limitatissima, è, per la stampa, una vendemmia al ribasso, “ma la mancanza di quantità è compensata da un perfetto stato sanitario delle uve”.
Ecco, la quotidianità di chi produce uva non è mai così esaltante.
Quando ho iniziato a lavorare in azienda agricola era il 2002. Mio padre aveva piantato nel 2000 un vigneto nuovo a Pianella. Una bellissima pergola abruzzese fronte lago, fortemente ombreggiata. La mia prima vendemmia effettiva è stata la 2003, la prima vendemmia che, almeno per me, aprì il secolo del cambiamento climatico con un caldo estremo e siccità che si protrasse da maggio fino a settembre.
Le vendemmie che seguirono continuarono a esprimere i caratteri che avevano contraddistinto gli anni ’90, anni in cui, al contrario di oggi, i problemi dipendevano più dalle eccessive piogge, soprattutto autunnali, che non da periodi di siccità estrema prolungata. Anni in cui il sistema a spalliera prese piede anche per questo motivo, appunto perché capace, a differenza della pergola, di donare aria e sole in annate contraddistinte da umidità e marciumi.
Anni come il 2004, in cui, negli ettari di montepulciano a pergola con terreni argillosi più compatti, quando le vendemmie si prolungavano verso la fine di ottobre e iniziavano i rovesci, avevamo sempre problemi di marciume, perché la nostra uva nera, quando il terreno trattiene troppa acqua, inizia a gonfiarsi e gli acini si spappolano.
Anche la 2008 la ricordo così: con gli operai che arrancavano nel fango e coglievano sotto la pioggia uve non propriamente sanissime che diedero poi vita alle ultime cisterne di vino sfuso prodotto nella Cantina del Riccio ad Ortona, non tecnologicamente pronta ad “aggiustare” mosti difficili. Cisterne che mi fu incredibilmente arduo collocare sul mercato e mi fecero capire che era arrivato il momento di cambiare strada e smettere di produrre vino sfuso.
Furono anni in cui decisi di reimpiantare 10 ha a filare per arrivare ad avere un sistema di produzione in equilibrio (50% vecchie pergole, 50% filari nuovi), in grado di compensare le situazioni climatiche più estreme, sia in un senso che nell’altro.
In seguito, la frequenza dell’alternanza tra annate con caldo più estremo e annate più vecchio stile ha iniziato ad aumentare. La 2011, la 2015 e la 2017 sono state annate decisamente asciutte.
La 2018 ci ha regalato nuovi insetti tropicali e una vendemmia monsonica.
La 2019 la ricordo come l’ultima vendemmia più o meno in equilibrio e, a partire dal 2020, terminava definitivamente l’alternanza moderata tra annate più o meno regolari e qualche annata più estrema. Poi, la doppietta 2023/2024, che ha trucidato il 70% e il 50% delle uve: per peronospora il primo anno e per siccità il secondo.
E arrivava così, alla fine del 2024, anche un forte momento di difficoltà personale e di profonda riflessione sul futuro di questa mia viticoltura di famiglia che continuo a portare avanti con senso di missione, ma che ogni anno di più mi sbatte in faccia un dubbio che preferisco rimuovere, preferendo voltarmi dall’altra parte, e che sussurra così alla mia coscienza: per quanto tempo ancora sarà possibile continuare a fare questo mestiere?
L’incertezza produttiva a cui, in quanto produttrice viticola, sono sottoposta oggigiorno a causa del cambiamento climatico è fonte di uno stress obiettivo che mi capita di condividere con tutti gli amici produttori le cui economie aziendali dipendono appunto dalla propria uva.
Ma neppure è facile parlarne perché il mondo del vino è considerato un mondo fortunato e chi, tra i produttori, prova a sottolinearne le difficoltà, viene percepito automaticamente come il solito piagnone che si lamenta senza motivo dall’alto del suo privilegio.
Eppure la difficoltà di vedere un futuro per le nostre aziende esiste ed è concreta. Ed è inutile far finta che le vendemmie che si susseguono siano sempre vendemmie del secolo. Perché non lo sono.
Ho letto un bellissimo libro a Ferragosto: La Terapia non ci salverà di Giulia Bergamaschi. Mi sono vista intrisa di quella cultura terapeutica di cui lei parla che ha preso piede proprio negli ultimi 20 anni. Quella del “volere è potere”, del “fake it until you make it”, quel “volontarismo magico” secondo cui “con l’aiuto del tuo terapeuta o consulente tu puoi cambiare il mondo di cui sei in un’ultima analisi responsabile”.
Una cultura che ha reso il sé l’unica fonte di liberazione possibile, scaricando sulla propria persona la responsabilità tanto delle cause strutturali della propria sofferenza che degli strumenti per superarla. Tutto dipende da te: ecco una cultura che ha un grandissimo effetto secondario e depoliticizzante, che consacra la colpa soggettiva e il risentimento, quando non, addirittura, l’odio verso gli altri, in quel contesto contemporaneo di winner e loser di cui tanto sento parlare anche tra le persone che mi circondano.
E così, come scrive Bergamaschi, “una delle condizioni che permettono a certe forme di potere di continuare a reggersi è proprio la nostra stanchezza: la fatica mentale ed emotiva che ci lascia senza energie per prenderci cura gli uni degli altri, per organizzarci e per immaginare che le cose potrebbero essere diverse”.
E’ cosi che arriva l’ennesima vendemmia disfunzionale e ti ricorda che, invece, non tutto dipende da te. Che ci sono problemi collettivi ai quali non può essere chiesto al singolo di trovare, da solo, una soluzione.
Il mio è un giudizio sulle condizioni in cui siamo costretti oggi a fare agricoltura, è l’amarezza di vedere un futuro incerto sul quale tu non puoi incidere, è la frustrazione di ascoltare ogni giorno stupidi negazionismi sul tema e nessuna presa di posizione politica significativa.
E quindi non sto dicendo che avremo necessariamente vini sbagliati nel bicchiere. La forza, la ricchezza di un viticultore è proprio quella di poter governare le proprie scelte produttive in funzione del livello di sanità e qualità delle uve che si vogliono introdurre in cantina. Io coltivo l’uva, quindi posso selezionare, sacrificare quantità, scegliere cosa entra in cantina, differenziare parcelle e momenti di raccolta e difendere la qualità del vino.
Ma per quanto tempo ancora, mi chiedo, sara’ possibile continuare a coltivare la vite qui quando la nostra economia aziendale, le nostre persone e le nostre famiglie si reggono su qualcosa che ogni anno diventa piu’ imprevedibile?
E’ questo che intendo per vendemmia di m. Non e’ un giudizio sul vino che verra’ ma sulle condizioni in cui oggi mi trovo a produrlo. E quindi cara madre, Fernando e Donatella prometto che saro’ piu’ elegante in futuro e userò’ il termine “Scoraggiante”. Ma mi perdonerete se “ Vendemmia di MERDA” continua a sembrarmi il termine piu’ azzeccato.





